IL NATALE DELLA SIGNORA PUPILLO
La signora Pupillo viveva con quattro figlie, il marito, la madre vedova, tre cognate zitelle, due sorelle nubili, un cane e tre gatti. Si sarebbe detto, con tutta quella compagnia anche se non cercata, che la signora Pupillo non conoscesse la tristezza, ma non era così.
Ogni tanto nei suoi occhi passavano nuvole, mai temporali, quelli no, ché la sua indole pacifica e solare li sapeva tenere lontani; ma le nuvole, una volta leggère e appena accennate, altre volte scure e dense, rendevano cangiante il colore di quegli occhi, dall'azzurro cielo al grigio e poi al nero.
Quando si approssimava il Natale, la signora Pupillo veniva colta da una malinconia profonda, una specie di sortilegio triste, un'intossicazione che non la faceva più vivere.
Più volte il marito, la madre vedova, le cognate zitelle, le sorelle nubili, persino il cane e i gatti si erano interrogati su questa trasformazione inspiegabile. Il marito l’attribuiva alle non floride condizioni economiche che costringevano sua moglie a lavorare tutta la giornata fuori di casa, per la precisione nel palazzo della Signora Contessa; a fine anno accumulava tale stanchezza da sfociare, la vigilia di Natale, in vera e propria intossicazione.
Ma non era così.
La madre vedova, le cognate zitelle e le sorelle nubili si erano rivolte spesso ad una maga del posto, una di quelle che tolgono il malocchio con l’olio e strane parole [ ce ne sono ancora nella città vecchia e di che sorta di prestigio godono!]
Sceglievano la migliore e in processione si recavano salendo le scale della via di mezzo, sfiorando, con le loro considerevoli masse, entrambi i lati del vicoletto al cui fondo abitava la maga. Si riunivano intorno al piatto dell’olio per il tempo necessario, ascoltavano le incomprensibili implorazioni e tornavano a casa speranzose di trovare finalmente la signora Pupillo solare e sorridente come sempre.
Nella notte di Natale del 1969 accadde un fatto insolito per la famiglia. Alle nove di sera tutti aspettavano di sedersi intorno alla tavola poveramente imbandita: una manciata di pettole, due fichi secchi, un po’ di baccalà alla turca (ma erano più i turchi quelli presenti nel piatto..) un pugnetto di noci e una brocca d’acqua fresca di fonte.
Quella sera mancava la signora Pupillo, sparita, ingoiata forse dalla sua feroce malinconia. Nessuno aveva il coraggio di parlare, le donne anziane stavano a capo chino e le giovani si guardavano di sottecchi come per spiare nel volto dell’altra il motivo dell’assenza.
Il campanile del Duomo prossimo alla casa dei Pupillo aveva già battuto le dieci; poi le undici, si apprestava la mezzanotte e la Santa Messa non poteva essere ignorata. La fame si faceva sentire, le due figlie più piccole avevano allungato la mano rubacchiando qualche pettola. Il signor Pupillo, si fece il segno della croce, disse una preghiera e fece cenno alle altre donne, le quali compresero che era giunto il momento di sedersi: non si poteva più aspettare.
In quel preciso istante si aprì, cigolando, la porta sgarrupata della povera casa e Celeste Pupillo entrò trionfante con un cappone nella mano destra, un panettone e una bottiglia nella mano sinistra, mentre legato alla caviglia trascinava un alberello di plastica addobbato con palline colorate e fili d’argento.
Sorrideva e le sue guance erano colorate d’arancia, i suoi occhi erano tornati azzurri come fondo di mare, quel mare che l’aveva impastata e creata .
Era finalmente felice, non importava se aveva dovuto vendere per l'eternità i suoi segreti al vecchio e grasso americano che si era stabilito in Italy subito dopo la guerra: il suo Natale e quello della sua famiglia sarebbe stato un Natale pari a quello dei signori, quello che aveva visto tante volte rappresentato nel piccolo cinematografo a forma di scatola della Signora Contessa.
Ogni tanto nei suoi occhi passavano nuvole, mai temporali, quelli no, ché la sua indole pacifica e solare li sapeva tenere lontani; ma le nuvole, una volta leggère e appena accennate, altre volte scure e dense, rendevano cangiante il colore di quegli occhi, dall'azzurro cielo al grigio e poi al nero.
Quando si approssimava il Natale, la signora Pupillo veniva colta da una malinconia profonda, una specie di sortilegio triste, un'intossicazione che non la faceva più vivere.
Più volte il marito, la madre vedova, le cognate zitelle, le sorelle nubili, persino il cane e i gatti si erano interrogati su questa trasformazione inspiegabile. Il marito l’attribuiva alle non floride condizioni economiche che costringevano sua moglie a lavorare tutta la giornata fuori di casa, per la precisione nel palazzo della Signora Contessa; a fine anno accumulava tale stanchezza da sfociare, la vigilia di Natale, in vera e propria intossicazione.
Ma non era così.
La madre vedova, le cognate zitelle e le sorelle nubili si erano rivolte spesso ad una maga del posto, una di quelle che tolgono il malocchio con l’olio e strane parole [ ce ne sono ancora nella città vecchia e di che sorta di prestigio godono!]
Sceglievano la migliore e in processione si recavano salendo le scale della via di mezzo, sfiorando, con le loro considerevoli masse, entrambi i lati del vicoletto al cui fondo abitava la maga. Si riunivano intorno al piatto dell’olio per il tempo necessario, ascoltavano le incomprensibili implorazioni e tornavano a casa speranzose di trovare finalmente la signora Pupillo solare e sorridente come sempre.
Nella notte di Natale del 1969 accadde un fatto insolito per la famiglia. Alle nove di sera tutti aspettavano di sedersi intorno alla tavola poveramente imbandita: una manciata di pettole, due fichi secchi, un po’ di baccalà alla turca (ma erano più i turchi quelli presenti nel piatto..) un pugnetto di noci e una brocca d’acqua fresca di fonte.
Quella sera mancava la signora Pupillo, sparita, ingoiata forse dalla sua feroce malinconia. Nessuno aveva il coraggio di parlare, le donne anziane stavano a capo chino e le giovani si guardavano di sottecchi come per spiare nel volto dell’altra il motivo dell’assenza.
Il campanile del Duomo prossimo alla casa dei Pupillo aveva già battuto le dieci; poi le undici, si apprestava la mezzanotte e la Santa Messa non poteva essere ignorata. La fame si faceva sentire, le due figlie più piccole avevano allungato la mano rubacchiando qualche pettola. Il signor Pupillo, si fece il segno della croce, disse una preghiera e fece cenno alle altre donne, le quali compresero che era giunto il momento di sedersi: non si poteva più aspettare.
In quel preciso istante si aprì, cigolando, la porta sgarrupata della povera casa e Celeste Pupillo entrò trionfante con un cappone nella mano destra, un panettone e una bottiglia nella mano sinistra, mentre legato alla caviglia trascinava un alberello di plastica addobbato con palline colorate e fili d’argento.
Sorrideva e le sue guance erano colorate d’arancia, i suoi occhi erano tornati azzurri come fondo di mare, quel mare che l’aveva impastata e creata .
Era finalmente felice, non importava se aveva dovuto vendere per l'eternità i suoi segreti al vecchio e grasso americano che si era stabilito in Italy subito dopo la guerra: il suo Natale e quello della sua famiglia sarebbe stato un Natale pari a quello dei signori, quello che aveva visto tante volte rappresentato nel piccolo cinematografo a forma di scatola della Signora Contessa.



