Erano soprannominate la Nina, la Pinta e la Maria, grandi e ossute come tre caravelle ma con un compito importante: erano le tre befane che la sera del 5 gennaio distribuivano doni per le strade del paese.
La Nina era stata, dai 15 anni ai 40, fidanzata con un ufficiale delle poste; lui aveva aspettato pazientemente che lei si modernizzasse un po', che so... un bacio più caloroso, una stretta di mani più intima, un abbandono senza ritegno.. La Nina rimaneva fedele all'educazione ricevuta: niente concessioni prima del matrimonio. Lui aveva indugiato a chiederla in sposa per via dell’apparente freddezza. Dopo anni di reciproche attese, un brutto giorno l’impiegato fu trasferito in città dove conobbe e sposò una focosa postina. La Nina si chiuse nel dolore a ricordare il suo fidanzamento durato 25 anni; ogni tanto sciorinava il corredo accuratamente preparato, indossava la camicia di pizzo e raso destinata alla prima notte di matrimonio e piangeva lunghi lamenti che solo i muri della sua casa conobbero.
La Pinta era chiamata così per l’eccesso di trucco che aveva coperto il suo viso in gioventù. Aveva lavorato come cassiera del Bar Moderno, il più importante del paese; aveva quindi avuto l'obbligo di curare il suo aspetto. Giorno dopo giorno aggiungeva un particolare nuovo al suo look: il kajal al posto della matita, la nuance che dava maggiore intensità al rosso delle sue labbra, il profumo sempre più persistente. Sfogliava le riviste femminili - per tenersi aggiornata - e acquistava nei Grandi Magazzini i suoi vestiti, a suo dire eleganti e costosi. Sperava che qualcuno si accorgesse della sua classe per farla sposa, ma gli uomini del paese le negavano il ruolo di moglie, preferendo pensare a lei come alla femmina delle “cose” proibite. Giunta l'età della pensione, la Pinta si chiuse nella piccola casa dalle persiane rosa con le sue disillusioni e l’intatta verginità, a sfogliare riviste e immergersi nel mondo incantato dei fotoromanzi.
La Maria aveva servito per trenta anni la parrocchia, perpetua di tutti i parroci che si erano susseguiti: alcuni da innamorarsene, altri da disprezzare, ma sempre fedele al suo mandato. Era stata chiesta in sposa dal sacrestano, più volte. Maria non lo ritenne all'altezza ché non avrebbe potuto mai competere con un sacerdote e in cuor suo aveva a lungo sperato che prima o poi un papa concedesse ai preti di sposarsi. Timorata di Dio, anche lei non conobbe uomo.
Durante tutto l'anno Nina, Pinta e Maria non si incontravano. Quando giungeva la vigilia dell'Epifania le tre donne si cercavano, prendevano gli ultimi accordi sul percorso da seguire, indossavano i costumi confezionati apposta per loro dal centro sociale che le aveva ingaggiate, si sedevano al tavolino di un bar per un tè caldo e un pasticcino, poi caricavano in spalla i sacchi e si avviavano. Se ne andavano a dispensare felicità a grandi e piccini, quella felicità che la vita aveva loro negato.
Di una cosa non ebbero mai bisogno, di un posticcio di naso adunco, dono spontaneo di madre Natura.

Lo sapevate che le Befane all'origine erano Befani?
La Nina era stata, dai 15 anni ai 40, fidanzata con un ufficiale delle poste; lui aveva aspettato pazientemente che lei si modernizzasse un po', che so... un bacio più caloroso, una stretta di mani più intima, un abbandono senza ritegno.. La Nina rimaneva fedele all'educazione ricevuta: niente concessioni prima del matrimonio. Lui aveva indugiato a chiederla in sposa per via dell’apparente freddezza. Dopo anni di reciproche attese, un brutto giorno l’impiegato fu trasferito in città dove conobbe e sposò una focosa postina. La Nina si chiuse nel dolore a ricordare il suo fidanzamento durato 25 anni; ogni tanto sciorinava il corredo accuratamente preparato, indossava la camicia di pizzo e raso destinata alla prima notte di matrimonio e piangeva lunghi lamenti che solo i muri della sua casa conobbero.
La Pinta era chiamata così per l’eccesso di trucco che aveva coperto il suo viso in gioventù. Aveva lavorato come cassiera del Bar Moderno, il più importante del paese; aveva quindi avuto l'obbligo di curare il suo aspetto. Giorno dopo giorno aggiungeva un particolare nuovo al suo look: il kajal al posto della matita, la nuance che dava maggiore intensità al rosso delle sue labbra, il profumo sempre più persistente. Sfogliava le riviste femminili - per tenersi aggiornata - e acquistava nei Grandi Magazzini i suoi vestiti, a suo dire eleganti e costosi. Sperava che qualcuno si accorgesse della sua classe per farla sposa, ma gli uomini del paese le negavano il ruolo di moglie, preferendo pensare a lei come alla femmina delle “cose” proibite. Giunta l'età della pensione, la Pinta si chiuse nella piccola casa dalle persiane rosa con le sue disillusioni e l’intatta verginità, a sfogliare riviste e immergersi nel mondo incantato dei fotoromanzi.
La Maria aveva servito per trenta anni la parrocchia, perpetua di tutti i parroci che si erano susseguiti: alcuni da innamorarsene, altri da disprezzare, ma sempre fedele al suo mandato. Era stata chiesta in sposa dal sacrestano, più volte. Maria non lo ritenne all'altezza ché non avrebbe potuto mai competere con un sacerdote e in cuor suo aveva a lungo sperato che prima o poi un papa concedesse ai preti di sposarsi. Timorata di Dio, anche lei non conobbe uomo.
Durante tutto l'anno Nina, Pinta e Maria non si incontravano. Quando giungeva la vigilia dell'Epifania le tre donne si cercavano, prendevano gli ultimi accordi sul percorso da seguire, indossavano i costumi confezionati apposta per loro dal centro sociale che le aveva ingaggiate, si sedevano al tavolino di un bar per un tè caldo e un pasticcino, poi caricavano in spalla i sacchi e si avviavano. Se ne andavano a dispensare felicità a grandi e piccini, quella felicità che la vita aveva loro negato.
Di una cosa non ebbero mai bisogno, di un posticcio di naso adunco, dono spontaneo di madre Natura.

Lo sapevate che le Befane all'origine erano Befani?
Prima della rappresentazione al femminile della Befanìa ( che significa festa da Epifania), risalente al 1700 e comparsa, sembra, per la prima volta in Toscana, c’erano - e numerosi - i Befani, o Befanotti, vestiti in modo sgargiante e col volto tinto di nero, che in qualche modo richiamavano i re Magi d'Oriente. I Befani chiedevano soldi per sé e per pubblica beneficienza, ma spesso preferivano vino e in cambio recitavano canzoni, religiose o profane, dette Befanate.


